Transizione 5.0 verso la riprogrammazione delle risorse: serve chiarezza


Il Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione, Tommaso Foti, nei giorni scorsi ha detto che parte delle risorse del Piano Transizione 5.0 verrà riprogrammata in modo diverso rispetto a quanto previsto. Si tratta di circa la metà dei fondi attualmente riconducibili al Piano per un ammontare di circa 3 miliardi di euro. La riprogrammazione di questi fondi fa parte di una strategia più ampia, attraverso la quale il Governo intende dare nuovo impulso all’utilizzo di diversi finanziamenti, per lo più collegati al PNRR, in vista dell’approssimarsi delle scadenze poste da Bruxelles traguardate, com’è noto, nel 2026.

Il Ministro ha fornito rassicurazioni rispetto al fatto che la stragrande maggioranza delle risorse del piano Transizione 5.0 sarà comunque utilizzata a favore delle imprese. Si parla anche di coinvolgere nella nuova destinazione dei fondi i contratti di sviluppo. Anche se questa scelta andrebbe a favorire una platea di imprese potenzialmente più limitata. Ma al di là delle rassicurazioni del Ministro, quanto mai opportune, occorre comprendere bene che cosa sta succedendo, data l’importanza del piano per l’attuazione nelle aziende del paradigma di industria 5.0.

Il nodo delle scadenze del Pnrr

Il punto chiave sembra essere quello delle scadenze (prima fra tutte quella, non più derogabile, relativa all’installazione degli impianti finanziati entro il 31 dicembre 2025) rispetto all’andamento delle domande presentate dalle imprese. Ad oggi, infatti, dei 6 miliardi circa di Transizione 5.0, per quel che riguarda in particolare la trasformazione dei processi produttivi, ne sono stati utilizzati soltanto 502 milioni, equivalenti a poco più dell’8 per cento dei crediti di imposta complessivamente opzionabili.

A più riprese il Ministero ha rimproverato le imprese di essere carenti nel programmare e gestire gli investimenti a medio/lungo termine, attribuendo a questo limite strategico del nostro sistema produttivo lo scarso utilizzo dei fondi. Ma sembra che in realtà esso sia prevalentemente riconducibile ai vincoli burocratici a cui è condizionata l’assegnazione delle risorse, oltre che ai ritardi che hanno accompagnato l’approvazione e l’attuazione di questo provvedimento. E malgrado il superamento di taluni di essi, oltre che la semplificazione di alcune procedure come quelle inerenti il calcolo del risparmio energetico, ormai una corsa contro il tempo per permettere un completo ed efficace utilizzo degli originari 6 miliardi destinati a Transizione 5.0 per il 2025 è da escludersi.

A tale proposito, corre peraltro l’obbligo di precisare che, con la Legge di Bilancio 2025 le risorse di Transizione 5.0 indirizzate al sostegno della transizione digitale ed ecologica sono state reperite direttamente nei conti dello stato, in maniera indipendente dal PNRR, e che il problema della scadenza del 31 dicembre 2025, a questo punto, riguarda la necessità di garantire l’implementazione delle misure previste entro la fine dell’anno, termine rispetto al quale sono state appostate nella programmazione economica dello stato. Si tratta quindi di una scadenza in quanto tale non condizionata dall’Unione Europea, ma stabilita dal Governo italiano per assicurare che le risorse venissero utilizzate tempestivamente e che gli obiettivi di trasformazione digitale ed energetica delle imprese fossero raggiunti entro il periodo definito.

Fondi Transizione 5.0, perché la situazione è complessa

Il punto è quindi un altro: si tratta di dover prendere atto dell’esistenza di una situazione ormai compromessa, rispetto alla quale la scadenza inderogabile per l’installazione degli impianti è soltanto l’ultimo degli ostacoli che si sono assommati sulla strada di questo provvedimento. Un provvedimento che è nato tardi ed è stato implementato con ancora maggiori ritardi.

Dovendo abbracciare il biennio 2024/2025, il Decreto legge n. 19/2024, con il quale si approvava il Piano Transizione Industria 5.0, è entrato in vigore ai primi di marzo dello scorso anno, ma  per i primi decreti attuativi si è dovuto aspettare il mese di luglio, quando per legge avrebbero dovuto essere licenziati entro 30 giorni, tant’è che se ne è resa necessaria l’applicazione retroattiva agli investimenti effettuati a partire dal primo gennaio 2024, al fine di evitare che la sua attuazione ne venisse di conseguenza pregiudicata per la prima metà del suo anno di entrata in vigore.

Retroattività ben poco utile, dato che non potendo disporre prima delle regole specifiche per l’applicazione degli sgravi, le imprese non hanno comunque potuto provvedere a valutare il ritorno dei propri investimenti e avanzare richiesta di finanziamento se non con la fine della scorsa estate.

L’impatto dei ritardi

Successivamente, con l’avvio della discussione sulla Legge di Bilancio 2025, ci si è resi conto che il collegamento al PNRR poteva ulteriormente pregiudicarne l’implementazione. La partenza ritardata degli investimenti avrebbe inevitabilmente comportato a cascata ritardi anche nella timeline di esecuzione della corrispondente componente del PNRR (M1C1), con conseguenti rischi di veder procrastinate le successive rate dei finanziamenti europei e di dover quindi interrompere l’erogazione dei benefici previsti dal Piano.

Si è perciò preferito, non subito ma in seconda stesura, appostare nella Legge di Bilancio i finanziamenti necessari ad alimentare Transizione 5.0 al di fuori delle risorse provenienti dal PNRR. E prevedere anche la proroga dei termini di completamento degli investimenti, da dicembre 2025 a giugno 2026, a patto che il relativo ordine avvenisse comunque entro il 31 dicembre 2025, in modo tale da assicurarne in chiave di programmazione economica la corrispondenza all’anno finanziario corrente. È chiaro che con tutte queste dilazioni e modificazioni in corso d’opera, la capacità da parte delle imprese di utilizzare efficacemente le opportunità offerte da questo strumento ne è risultata irrimediabilmente compromessa. E a ciò si sono poi aggiunte le abituali difficoltà derivanti dalla complessità dei vincoli burocratici degli adempimenti amministrativi a cui è condizionata l’erogazione dei fondi.

PNRR e Transizione 5.0, cosa dicono i dati

Ci ritroviamo così con uno strumento, fra i migliori disponibili in Europa per quanto riguarda le misure a sostegno della digitalizzazione e della sostenibilità ambientale, che purtroppo si sta dimostrando spuntato. Ma ciò non è tutto: a che punto è il PNRR rispetto alla missione relativa alla transizione digitale della Pubblica amministrazione (M1C1)?

Stando ai dati di Open PNRR, sulla digitalizzazione sono stati realizzati il 100% dei provvedimenti di riforma, mentre la spesa effettiva delle risorse destinate alla componente e missione è stimata aver raggiunto il 22,61% al termine dello scorso anno, cioè 3 miliardi di euro su poco più di 13 miliardi programmati. Per quel che nello specifico riguarda gli investimenti nell’amministrazione digitale siamo giunti solo al 17,52%, equivalenti a 597 milioni di euro su ben 3,4 miliardi programmati. E per quel che invece concerne le imprese siamo al 28,6% dell’attuazione, ossia 1,4 miliardi di euro su 5 miliardi programmati.

I cantieri digitali ancora aperti nella PA

Dati di gran lunga al di sotto delle aspettative e delle necessità, vista anche l’ormai prossima scadenza del 2026, anno in cui i progetti finanziati nell’ambito del PNRR dovranno essere completati. Tra le realizzazioni in ritardo figurano, oltre alla dematerializzazione degli Archivi delle Pubbliche amministrazioni locali e la dematerializzazione della Tessera sanitaria, il rafforzamento dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, il potenziamento della Piattaforma Digitale Nazionale dei Dati e la costruzione della Piattaforma di Gestione Deleghe (PGD). In particolare, la Piattaforma di Gestione Deleghe, prevista dall’art. 64 del Codice dell’Amministrazione Digitale, che consentirà ai cittadini iscritti nell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente di delegare soggetti terzi per agire in propria rappresentanza nei confronti della Pubblica amministrazione e di altri soggetti privati.

Uno strumento decisivo per l’implementazione del cosiddetto portafoglio digitale personale IT-Wallet, destinato a ospitare documenti quali – da principio – la Patente di guida e la Tessera sanitaria (oltre alla Carta europea per la disabilità, laddove disponibile)  e poi – con il tempo – altre attestazioni significative, quali certificazioni e titoli di studio, atti di proprietà e così via. Il primo importante passo sulla strada della dematerializzazione di una serie di attestazioni, certificazioni, documenti che cittadini e imprese utilizzano nelle loro attività quotidiane. 

Il PNRR è ormai vigente dal luglio 2021, quando ottenne la deliberazione dal parte del Consiglio europeo, e da allora sono trascorsi più di tre anni e mezzo: che si scopra soltanto oggi di essere in ritardo rispetto alle sue scadenze lascia quanto meno sconcertati. Sappiamo delle difficoltà e dei ritardi strutturali che condizionano da tempo immemore il funzionamento della Pubblica amministrazione italiana. E da più parti si era messo in guardia rispetto a come tali criticità avrebbero potuto produrre degli effetti dirompenti a fronte della pignoleria quasi ossessiva delle procedure burocratiche di rendicontazione e valutazione previste da Bruxelles.

Le conseguenze

Sarebbe quindi stato opportuno tenerne conto da subito, accelerando più di quanto si sia fatto finora sul fronte della semplificazione amministrativa. Dovevamo cioè prevedere una sorta di percorso a tappe forzate, in grado anche di anticipare le stesse scadenze normative imposte dall’Unione Europea (come quelle legate alla legge annuale per la concorrenza), consapevoli che quello era il nostro vero Tallone di Achille. E dovevamo, in questa prospettiva, assegnare una priorità assoluta alla semplificazione dei procedimenti attraverso l’utilizzo di tutte le potenzialità offerte dalla transizione digitale, a sua volta obiettivo fondamentale del PNRR. Invece, quel che è accaduto è che da un lato si è proceduto nell’approvazione delle normative richieste dalla transizione digitale, ma dall’altro, l’introduzione dei nuovi strumenti previsti da tali normative non ha fatto seguito con l’operatività necessaria.

In questo modo, due strumenti come la piattaforma delle deleghe e il portafoglio personale digitale, decisivi per dare un’accelerazione significativa alla semplificazione amministrativa, mettendo a frutto le opportunità offerte dalla digitalizzazione, sono ancora in via di realizzazione. La rapida costruzione della piattaforma di gestione delle deleghe consentirebbe alle imprese, insieme all’istituzione giuridica della delega digitale, di ricorrere in maniera sistematica alla delega nei confronti di professionisti per i diversi procedimenti e adempimenti burocratici necessari allo svolgimento delle loro attività. Verrebbero così eliminate, o drasticamente ridotte, tutte quelle strozzature che al momento rendono assai difficile portare rapidamente a termine le pratiche inerenti le attività produttive, così come quelle relative alla richiesta di finanziamenti.

Quale futuro ci aspetta

La strada della transizione digitale è di certo ormai segnata, anche se il rischio che questo processo, fondamentale per l’ammodernamento e la crescita del nostro paese, incontri gravi ostacoli è ancora molto elevato. Non lasciamo che, malgrado le nostre buone intenzioni, questa strada finisca per condurci all’inferno, quando invece abbiamo a portata di mano alcune soluzioni che potrebbero rendere il percorso più agevole e meno complicato di come sta risultando.

Cerchiamo di imparare la lezione che ci è fornita dalle difficoltà che hanno costellato l’attuazione di Transizione 5.0, costringendo il Governo a riprogrammare gli investimenti in nuove direzioni, e quelle che hanno prodotto i ritardi nell’esecuzione del PNRR che ancora oggi, a distanza di tre anni e mezzo dalla sua approvazione, siamo costretti a registrare. È chiaro a tutti che il superamento di questi problemi non può avvenire per semplice decisione normativa.

Occorre viceversa mettere in campo una strategia che, accelerando la realizzazione di alcuni strumenti e avvalendosi delle competenze presenti nel mondo delle professioni, sia in grado di ridurre al minimo i costi derivanti della complessità degli adempimenti amministrativi. Un primo semplice passo può essere compiuto assegnando la priorità che dovrebbe spettargli ad alcune iniziative che permetterebbero di dare maggiore impulso alla semplificazione: la rapida realizzazione della piattaforma di gestione delle deleghe e dell’IT-Wallet e il compiuto riconoscimento della delega digitale ai professionisti. Altrimenti tra un anno ci troveremo a rimpiangere il tempo perduto e a dover constatare che più che l’assenza di risorse ci sarà stato fatale non aver costruito le condizioni migliori per un loro adeguato utilizzo.



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